ANACAM MAGAZINE - n. 2 aprile | giugno 2021

397 L’evoluzione della progettazione ascensoristica C om ’ è c a m b i ato i l p r o c e s s o d i i d e a z i o n e d a g l i a n n i ‘ 7 0 a d o g g i How t h e d e s i g n p r o c e s s h a s c h a n g e d f r om t h e 1 9 7 0 s t o t o d a y The evolution of elevator design M r. engineer , can you provide me with a zippy project? I grew up in a house where phone calls would always start with this question. My memories go back to the late 1970s, when I saw my father at a drawing table, a drafting machine, a sheet of A1-size glossy paper, a set of Rotring ink nibs and a razor blade. I saw him filling in pre-printed sheets with the data calculated on his Texas Instruments calculator and then going out to make copies at the print shop. In those years, the designer would go out in the morning, get to the site to measure the elevator shaft and “create” every single project by hand, from the plans to the sections, up to the design of the details of the doors or the gearbox trestle. All the parts of the system were calculated, including the car frame. Each design had its own life, it grew and took shape over a few days, from the inspection to the blueprints. No two designs or systems were the same, as there were no laws for pre-established cabin or door dimensions, so the lift was shaped around the available spaces; the only constraints were the distances of the moving parts from the shaft. The problem of wheelchairs accessibility hadn’t yet appeared, so very often lifts were designed with cabins that were more wide than deep, or with swing cabin or landing doors. The 1980s, however, were setting up the revolution. Suddenly the fax machine appeared and the common telephone call was followed by a hiss that transmitted the characteristics of the shaft, normally a simple quadrilateral with some height representing the plan of the shaft and three sets of data: the lift ride, pit and headroom. This data was sometimes enough I ngegnere mi può fare un progettino veloce veloce? Sono cresciuto in una casa in cui con questa domanda iniziava sempre una telefonata. I miei ricordi risalgono agli ultimi anni ‘70, anni in cui vedevo mio padre davan- ti a un tavolo da disegno, un tecnigrafo, un foglio di carta lucida formato A1, una serie di pennini ad inchiostro della Rotring e una lametta da barba. Lo vedevo intento a compi- lare dei prestampati su cui mettere i dati calcolati con la sua calcolatrice della Texas Instruments e poi uscire per andare a fare le copie dal cianografo. In quegli anni il progettista usciva la mattina, si recava sul posto per prendere i rilievi del vano ascensore e “creava” a mano ogni singolo progetto, dalle piante alle sezioni, fino al disegno dei particolari delle porte o del cavalletto dell’argano. Venivano calcolate tutte le parti costituenti l’impianto, compresa l’arcata. Ogni proget- to aveva la sua vita propria, cresceva e si formava nell’arco di qualche giorno, dal sopralluogo alle copie cianografiche. Non esistevano progetti o impianti uguali, non esistevano ancora leggi che imponevano dimensioni di cabina o delle porte prestabilite per cui l’impianto prendeva forma con gli spazi a disposizione; gli unici vincoli erano le distanze delle parti mobili dal vano corsa. Il problema dell’accessibilità al- le carrozzine nella cabina ancora non si poneva, così molto spesso si progettavano ascensori con cabine più larghe che profonde oppure con le porte di piano e di cabina a battente. Gli anni ‘80, però, stavano preparando la rivoluzione. Im- provvisamente è apparso il fax e alla canonica telefonata seguiva il sibilo che trasmetteva le caratteristiche del vano, normalmente un semplice quadrilatero con qualche quota che rappresentava la pianta del vano corsa e tre dati: la cor-

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