ANACAM MAGAZINE - n. 2 aprile | giugno 2021
sa, la fossa e la testata. Questi pochi dati erano a volte suffi- cienti per tornare al tavolo da disegno per “creare” il nostro nuovo ascensore. Ametà degli anni ‘80 arrivarono in studio un monitor, una tastiera e una scatola grigia con una por- ta per un floppy disk ed il 386 entrò nelle nostre vite. Con quel semplice strumento ed un foglio elettronico chiamato Lotus 123 cominciai a dilettarmi a “costruire” le relazioni tecniche mettendo fine alla compilazione a mano dei pre- stampati. Il vero cambiamento arrivò nel 1989 quando una legge ci disse che non potevamo più progettare senza prima verificare se fosse possibile installare un ascensore in grado di accogliere una persona con la carrozzina. Pur se si conti- nuava a disegnare sul nostro tavolo da disegno, gli impianti cominciavano ad essere, nella maggior parte dei casi, uno simile all’altro. Negli edifici nuovi le cabine avevano ormai tutte le stesse dimensioni e la stessa conformazione: cabi- na larga 950 mm e profonda 1300 mm, porte automatiche telescopiche con luce da 800 mm e lateralmente il contrap- peso od il pistone oleodinamico. Negli edifici preesistenti non sempre era possibile rispettare le dimensione impo- ste dalla Legge 13/89, per cui gli impianti continuavano a “prendere la forma” delle geometrie dei luoghi, il più delle volte inseriti all’interno di un vano corsa in acciaio all’uo- po progettato chiamato “castello”. Chissà perché c’era, e c’è tutt’ora, l’abitudine di usare i vezzeggiativi ma tant’è che sono arrivato agli anni ‘90 tra progettini, piantine, relazioncine e castelletti. Da bimbo, sentendo mio padre parlare di pro- getti di castelletti, mi domandavo spesso dove fossero tutte queste costruzioni feudali, immaginandomi torri merlate e ponti levatoi. Quando capii, parte dell’immagine romanti- ca svanì, ma quello che ho scoperto in seguito non destò in me meno fascino. Sul finire degli anni ‘80, ho fatto co- noscenza di un software che non mi ha più abbandonato: Autocad R10. Probabilmente finì così l’era romantica della progettazione, il tavolo da disegno cominciò ad inclinarsi sempre di più sino ad assumere la posizione orizzontale e a trasformarsi in semplice tavolo per piegare i disegni; i tem- pi di produzione dei disegni e delle relazioni cominciarono a ridursi e diventammo schiavi del computer e del plotter. Qualcosa però ancora non era cambiato: il rapporto tra il cliente e l’ingegnere. Gli impianti ancora erano “persona- lizzati” e le aziende ascensoristiche ancora assemblavano i propri impianti scegliendo i componenti che preferivano. Sebbene le norme si facessero via via più dettagliate, ogni impianto continuava ad essere “diverso” dall’altro ed il pro- gettista sceglieva le caratteristiche dell’argano, delle guide, delle funi e di ogni altro componente in base alle esigenze del cliente. Ma qualcosa stava cambiando, anche il mondo artigiano, lentamente, si stava adeguando alle esigenze del mercato: così anche il ruolo del progettista cominciò a mu- tare. Il lato umano, purtroppo, stava perdendo il suo valore. All’ascensore “assemblato” si andava a sostituire l’ascensore “completo”, prodotto da un unico fornitore. Il cambiamento veniva dall’Europa e non solo per le nuove installazioni ma anche per la manutenzione. Ametà anni ‘90, infatti, insieme to go back to the drawing board to “create” a new elevator. In the mid-1980s, a monitor, a keyboard and a grey box with a slot for a floppy disk arrived in the studio and the 386 came into our lives. With that simple tool and a spreadsheet called Lotus 123 I began to enjoy “creating” the technical reports putting an end to filling in pre-printed files by hand. The real change occurred in 1989 when a law ruled that we could no longer design without first verifying the possibility of accommodating a person on a wheelchair in the lift. Despite continuing to use the drawing boards, the lifts began to all look like each other. In the new buildings, the cars had the same size and shape: 950 mm wide and 1300 mm deep, automatic telescopic doors with 800 mm opening and the counterweight or the hydraulic piston on the side. In existing buildings it was not always possible to respect the dimensions imposed by Law 13/89, so the systems continued to “take the shape” of the places, most of the time inserted inside a metal shaft designed for this purpose and called “castle”. Who knows why there was, and still is, the habit of using such endearing terms, but all these zippy projects, plans, and castles have brought us to the 90s. As I’d hear my father talk about castle projects as a child, I often wondered where all these feudal constructions were, imagining towers and drawbridges. When I understood what it actually was, part of the romantic image vanished, but what I discovered PROGRESSO d i R o b e r t o C u c c i o l e t ta 38
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