ANACAM MAGAZINE - n. 2 aprile | giugno 2025

THE lift has become an integral part of our everyday life. Yet, behind an apparent functional neutrality, it hides a psychologically complex environment. The confined space, the absence of escape routes, the forced sharing with strangers: all these elements turn the lift into a ‘laboratory’ of human relationships and emotional reactions. It is precisely the uniqueness of the lift - a place of passage and rest, of forced proximity but also of relational detachment - that makes it interesting not only for architects and engineers, but also for psychologists, sociologists and designers. Analysing its behavioural dynamics, the emotional responses it can elicit and the possibilities of improving its liveability means opening up a new look at an experience that is as frequent as it is little considered. CONFINED SPACES AND EMOTIONAL RESPONSE Many studies confirm that, from a psychological point of view, confined environments such as lifts can generate a response of discomfort or anxiety, especially in subjects with a tendency to claustrophobia or a reduced tolerance to physical proximity. The perception of limited space, the difficulty in exerting control over one’s surroundings and the impossibility of ‘escape’ activate a socalled physiological arousal, i.e. a state of alertness of the organism, which can result in symptoms of acute stress. Another characteristic accentuates the typical spatial compression: the architecture of the lift itself, often devoid of natural elements, with reflective surfaces, artificial lighting and limited acoustics. The phenomenon is amplified during rush hours, when crowding further limits the available personal space. PROXEMICS AND SOCIAL SELF-REGULATION IN SHARED MICROSPACES In the confined context of a lift, the concept of proxemics - introduced by anthropologist Edward T. Hall in the 1960s - reveals the tension between physical and psychological space. According to Hall, every individual tends to maintain a ‘personal zone’ around him or her, the violation of which, especially by strangers, can generate discomfort, anxiety or defensive reactions (Hall, The Hidden Dimension, 1966). The lift, by forcing strangers to share a few square metres, entails an involuntary violation of these socially codified distances. In response, individuals enact a series of compensatory behaviours aimed at reducing the perceptual impact of the invasion of personal space: avoiding L’ ASCENSORE è ormai parte integrante della nostra quotidianità. Eppure, dietro una apparente neutralità funzionale, si cela un ambiente complesso dal punto di vista psicologico. Lo spazio ristretto, l’assenza di vie di fuga, la condivisione forzata con estranei: tutti questi elementi trasformano l’ascensore in un “laboratorio” di relazioni umane e reazioni emotive. È proprio l’unicità dell’ascensore – luogo di passaggio e di sosta, di prossimità forzata ma anche di distacco relazionale – a renderlo interessante non solo per architetti e ingegneri, ma anche per psicologi, sociologi e designer. Analizzarne le dinamiche comportamentali, le risposte emotive che può suscitare e le possibilità di migliorarne la vivibilità significa aprire uno sguardo nuovo su un’esperienza tanto frequente quanto poco considerata. SPAZI CONFINATI E RISPOSTA EMOTIVA Molti studi confermano che, dal punto di vista psicologico, gli ambienti ristretti come gli ascensori possono generare una risposta di disagio o ansia, soprattutto in soggetti con tendenza alla claustrofobia o con una ridotta tolleranza alla prossimità fisica. La percezione dello spazio limitato, la difficoltà nell’esercitare controllo sull’ambiente circostante e l’impossibilità di “fuga” attivano un cosiddetto arousal fisiologico, ovvero uno stato di vigilanza dell’organismo, che può sfociare in sintomi di stress acuto. Un’altra caratteristica accentua la tipica compressione spaziale: l’architettura dell’ascensore, spesso priva di elementi naturali, con superfici riflettenti, luci artificiali e acustica limitata. Il fenomeno è amplificato durante le ore di punta, quando l’affollamento limita ulteriormente lo spazio personale disponibile. PROSSEMICA E AUTOREGOLAZIONE SOCIALE NEI MICROSPAZI CONDIVISI Nel contesto ristretto di un ascensore, il concetto di prossemica – introdotto dall’antropologo Edward T. Hall negli anni ‘60 – rivela la tensione tra spazio fisico e spazio psicologico. Secondo Hall, ogni individuo tende a mantenere attorno a sé una “zona personale” il cui superamento, specialmente da parte di sconosciuti, può generare disagio, ansia o reazioni difensive (Hall, The Hidden Dimension, 1966). L’ascensore, costringendo persone estranee a condividere pochi metri quadrati, comporta una violazione involontaria di queste distanze socialmente codificate. In risposta, gli individui mettono in atto una serie di comportamenti compensatori volti a ridurre l’impatto percettivo dell’invasione dello spazio personale: evitare il contatto visivo, mantenere una postura neutra, rivolgere lo sguardo verso l’alto o verso la pulsantiera, limitare il mo40 CURIOSITÀ DI CC GLI ASCENSORI, ELEMENTI ESSENZIALI DELL’ARCHITETTURA URBANA, NON SONO SOLO DISPOSITIVI FUNZIONALI: SONO ANCHE AMBIENTI PSICOLOGICAMENTE SIGNIFICATIVI Lifts, essential elements of urban architecture, are not only functional devices: they are also psychologically meaningful environments

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