67 OSSIMORO: figura retorica consistente nell’accostare, nella medesima locuzione, parole che esprimono concetti contrari. Lavoro e benessere, stress e felicità, produttività e relax. Quante volte ci capita di utilizzare ossimori del genere quando parliamo dei contesti lavorativi? L’ambito professionale, nel quale vige la “sacra regola” del profitto, della competizione, della “testa bassa e lavorare”, come può sposare il concetto del benessere (o, anche meglio, “Ben_Essere”)? Per quanto possa sembrare impossibile coniugare le due aree, è invece proprio questo il nuovo focus per le aziende e per le “organizzazioni” in senso lato: sviluppare, mantenere e favorire un ecosistema lavorativo che metta al centro le persone, prima dei risultati. Questo perché, con molto ritardo e notevole fatica, abbiamo compreso che i risultati migliori (economici, finanziari e di produttività) si integrano con i comportamenti (personali, di squadra e di relazione) di chi vive, a diversi livelli, i contesti lavorativi. Nella mia esperienza di formatore, consulente aziendale e business coach, mi capita spessissimo di operare in ambienti “tossici” (e anche oltre…): realtà in cui le persone vengono viste come codici di un software, ingranaggi di un sistema più ampio (quello del risultato economico), uomini e donne da iperstressare in nome del fantomatico “senso di appartenenza” e del gioco di squadra. La realtà ci pone davanti a un quadro molto diverso, che spesso sfugge agli occhi distratti (o poco allenati a un certo tipo di osservazione) di leader e manager: figure professionali mal allocate, risorse di alto livello con competenze non valorizzate, e metodi di comunicazione e condivisione per lo meno discutibili. Ecco che - per fortuna - qualcosa sta cominciando a cambiare: si intravede una nuova rotta nelle “filosofie” di gestione aziendale (a prescindere dalla grandezza numerica e finanziaria dell’organizzazione) che punta a coniugare produttività e benessere in maniera realmente sinergica.Il mio modus operandi prevede che le architetture emozionali siano una parte fondamentale della costruzione aziendale, e ciò che Daniel Goleman definisce “intelligenza emotiva” rappresenta un valore aggiunto di incredibile rilevanza. Considerare i nostri collaboratori e dipendenti come un vero e proprio capitale umano cambia completamente il punto di vista su: • la gestione delle comunicazioni e delle relazioni; • la creazione di una (VERA!) squadra aziendale; • lo sviluppo del senso di appartenenza (che si radica nei valori umani e lavorativi); • la valutazione dei conflitti; • l’approccio al problem solving; • il reciproco supporto interpersonale. Questi asset vanno edificati nel tempo, grazie alle migliori skill (competenze non solo hard ma soprattutto soft) e a una volontà che si diffonde non soltanto in senso OXYMORON: a figure of speech consisting of combining words that express contradictory concepts in the same phrase. Work and well-being, stress and happiness, productivity and relaxation. How often do we use oxymorons like these when talking about work contexts? How can the professional sphere, where the ‘sacred rules’ of profit, competition and ‘keep your head down and work’ prevail, embrace the concept of wellbeing (or, better still, ‘Well_Being’ / ‘Ben_Essere’)? As impossible as it may seem to combine the two areas, this is precisely the new focus for companies and ‘organisations’ in the broadest sense: to develop, maintain and promote a working ecosystem that puts people first, before results. This is because, with much delay and considerable effort, we have come to understand that the best results (economic, financial and productivity) are integrated with the behaviour (personal, team and relational) of those who experience, at different levels, the working contexts. In my experience as a trainer, business consultant and business coach, I often find myself working in ‘toxic’ environments (and beyond...): places where people are seen as software codes, cogs in a larger system (that of economic results), men and women to be hyper-stressed in the name of the elusive ‘sense of belonging’ and teamwork. Reality presents us with a very different picture, one that often escapes the distracted (or untrained) eyes of leaders and managers: misallocated professionals, high-level resources with unvalued skills, and communication and sharing methods that are questionable, to say the least. Fortunately, something is beginning to change: we are seeing a new direction in business management ‘philosophies’ (regardless of the size and financial strength of the organisation) that aims to combine productivity and well-being in a truly synergistic way. My modus operandi is that emotional architectures are a fundamental part of corporate construction, and what Daniel Goleman defines as ‘emotional intelligence’ represents an added value of incredible importance. Considering our collaborators and employees as true human capital completely changes our perspective on: • communication and relationship management; • creating a (TRUE!) corporate team; • developing a sense of belonging (rooted in human and professional values); • conflict assessment; • approach to problem solving; • mutual interpersonal support. These assets must be built up over time, thanks to the best skills (not only hard skills but above all soft skills) and a willingness that spreads not only vertically but also horizontally, across the various “company floors”, thus promoting the real creation of a new internal microclimate. It is entirely legitimate to work hard, raise your professional bar to new challenges, spend “sleepless nights” solving problems and looking for solutions. But, in the same way, there is nothing to stop you from approaching all this with a different, better, more positive emotional attitude!
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